Trasformazione del contratto a termine in contratto a tempo indeterminato

Maria Laura Anghinelli – Avvocato del Foro di Milano
La stipulazione del contratto di lavoro subordinato a termine è legittima, purchè il contratto abbia la forma scritta (senza obbligo per il datore di lavoro di indicare la causale di assunzione) ed il termine sia di durata non superiore a 36 mesi, cioè purchè rispetti le condizioni stabilite dagli artt. da 19 a 29, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, in vigore dal 25 giugno 2015.
Diciamo subìto che, se la durata supera i 36 mesi, l’impugnazione del contratto a tempo determinato deve avvenire, in forma scritta, entro 120 giorni dalla cessazione del singolo contratto. L’impugnazione è inefficace se non è seguita, entro il successivo termine di 180 giorni, dal deposito del ricorso nella cancelleria del tribunale in funzione di giudice del lavoro o dalla comunicazione alla controparte della richiesta del tentativo di conciliazione o arbitrato. Qualora la conciliazione o l’arbitrato richiesti siano rifiutati o non sia raggiunto l’accordo necessario al relativo espletamento, il ricorso al giudice deve essere depositato a pena di decadenza entro 60 giorni dal rifiuto o dal mancato accordo.
Nei casi di trasformazione del contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato, il giudice condanna il datore di lavoro anche al risarcimento del danno a favore del lavoratore, stabilendo un’indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione di riferimento per il calcolo del trattamento di fine rapporto.
Per ottenere la trasformazione del contratto e la condanna del datore di lavoro al risarcimento di cui sopra, il lavoratore dovrà provare il superamento del limite dei 36 mesi, con ogni strumento a sua disposizione, che potrà essere, ad esempio: la documentazione relativa al lavoro svolto nel periodo ulteriore rispetto ai 3 anni; la sua presenza nel luogo e nell’orario di lavoro; a mezzo di testimoni, ecc.
Passiamo ora ad esaminare, più in dettaglio, la disciplina legale relativa alla durata massima del contratto a termine.
Come anticipato, salve diverse disposizioni dei contratti collettivi, anche aziendali, e con l’eccezione delle attività stagionali, la durata dei rapporti di lavoro a tempo determinato intercorsi tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore, per effetto di una successione di contratti, conclusi per lo svolgimento di mansioni di pari livello e categoria legale, e indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro, non può superare i 36 mesi. Qualora il limite dei 36 mesi sia superato, per effetto di un unico contratto o di una successione di contratti, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di tale superamento.
Il termine del contratto a tempo determinato può essere prorogato, con il consenso del lavoratore, solo quando la durata iniziale del contratto sia inferiore a 36 mesi, e, comunque, per un massimo di 5 volte nell’arco di 36 mesi a prescindere dal numero dei contratti. Qualora il numero delle proroghe sia superiore, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla data di decorrenza della sesta proroga.
Inoltre, nel caso in cui il lavoratore sia riassunto (con un nuovo contratto) a tempo determinato, entro 10 giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata fino a 6 mesi ovvero 20 giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata superiore a 6 mesi, il secondo contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato.
Fermi i limiti di durata massima, se il rapporto di lavoro continua dopo la scadenza del termine inizialmente fissato o successivamente prorogato, il datore di lavoro è tenuto a corrispondere al lavoratore una maggiorazione della retribuzione per ogni giorno di continuazione del rapporto pari al 20% fino al decimo giorno successivo e al 40% per ciascun giorno ulteriore. Se il rapporto di lavoro continua oltre il 30° giorno in caso di contratto di durata inferiore a 6 mesi, ovvero oltre il 50° giorno negli altri casi, il contratto si trasforma in contratto a tempo indeterminato dalla scadenza dei predetti termini.
Salvo diversa disposizione dei contratti collettivi (anche aziendali) non possono essere assunti lavoratori a tempo determinato in misura superiore al 20% del numero dei lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione. Per i datori di lavoro che occupano fino a 5 dipendenti è sempre possibile stipulare 1 contratto di lavoro a termine.
Sono esenti dal limite di legge, nonché da eventuali limitazioni quantitative previste da contratti collettivi, i contratti a tempo determinato conclusi: nella fase di avvio di nuove attività; da imprese start-up innovative; per lo svolgimento delle attività stagionali; per specifici spettacoli ovvero specifici programmi radiofonici o televisivi; per sostituzione di lavoratori assenti; con lavoratori di età superiore a 50 anni, ed in altri particolari casi previsti dalla legge.